Economia

Odolo deve la propria fama alla lavorazione del ferro, attività che a partire dagli anni ’50 si è evoluta dalle antiche e tradizionali fucine ai moderni impianti siderurgici. Il “miracolo economico” perdura tutt’oggi, nonostante momenti di difficoltà caratterizzati da dismissioni e riconversioni di impianti obsoleti e l’acciaio rappresenta ancora il marchio distintivo del tessuto produttivo del paese con oltre 1.300.000 tonnellate annue di tondo per cemento armato, vergella, profilati, barre speciali che escono dagli impianti di ferr.Valsabbia, I.R.O, Bredina, Leali, Olifer per alimentare i mercati nazionali e internazionali.

Il successo di uno sviluppo industriale tumultuoso e con marcato impatto ambientale ha creato problematiche non facili da fronteggiare, ma ha indubbiamente diffuso un certo benessere economico fra le stesse maestranze, erogando posti di lavoro non solo ai residenti, ma a tutto il comprensorio valsabbino.

E’ significativo che, in rapporto a una popolazione che ammonta a poco meno di 2000 abitanti, gli occupati nell’industria, che negli ultimi anni si è ramificata anche in altri settori (stampaggio di ottone e alluminio, produzione di attrezzature e altri beni) risultino 1.050, mentre il terziario (commercio e servizi) dà lavoro a 332 persone (dati del censimento del 2001).

I precedenti storici di questo fervore economico, polarizzato sulla lavorazione del ferro, risalgono indietro nel tempo se già nel XV/XVI secolo è attestata a Odolo la presenza di un forno fusorio (posizionato probabilmente nella contrada denominata appunto “Forno”) e di ben 14 fucine, come relaziona il podestà della Serenissima, “così grosse, come minute, essendo le minute quelle nelle quali si lavorano ferramenti minuti e non altrimenti che si affinano il ferro, come nelle grosse, le quali camminano sopra un torrente chiamato il Letume che nasce dalli monti di Agnosino et di Vallio......et finisce nel Chiese, nelle quali fusine si lavorano qualunque sorte di ferramenti appropriati all’agricoltura et in particolare di badili, che in altra parte del bresciano non se ne fabbricano et li vendono L. 30 de planete ogni centener, ma perfetti. E’ divisa questa terra in 5 contrade: Cagnadego, Fusine, Vigo e Ceretto con Forno, anime 1200 che attendono all’agricoltura, alli carboni e alle fusine”.

A fine Ottocento inizia la decadenza dovuta all’arenamento del commercio, alle ingenti spese di trasporto, alla difficoltà di procurasi il combustibile. Il ministro bresciano di allora, Giuseppe Zanardelli, cerca di alleviare la disoccupazione che avanza inarrestabile, ordinando varie migliaia di badili detti “zanardei”, ma la fine delle fucine è soltanto rimandata di alcuni decenni. Ad una ad una saranno definitivamente chiuse, diventando archeologia industriale di un “glorioso” passato, di cui il Museo del ferro conserverà la memoria per le giovani generazioni.